In alcune organizzazioni pare essere un mantra: «Mancano i giovani, abbiamo bisogno di giovani»; giovani volontari, giovani operatori, giovani dirigenti… giovani.

Nella realtà dei fatti mancano proprio i giovani nel nostro Paese ma non sempre questo è il motivo della loro assenza all’interno delle organizzazioni.

Quante imprese (piccole o grandi, artigianali e non, famigliari e non) si estinguono perché chi le ha fondate, chi le ha fatte crescere, chi ha creato con esse un patrimonio economico non è però stato in grado di dare vita anche a un patrimonio del fare, da condividere secondo una logica intergenerazionale? Parecchie. E ogni volta che un’attività chiude per questo motivo ci perdiamo tutti un poco e in particolare i giovani.

Affianco a queste realtà si trovano quelle che avvertono la necessità di una presenza di giovani al proprio interno per ragioni diverse. Tale necessità (o desiderio) non sempre però trova spazio e si concretizza. Spesso rimane un’intuizione e nulla di più. Magari dà avvio a un dibattito nell’organizzazione, che esprime un sincero interesse, senza però scalfire nel tempo l’assenza di giovani: sono assenti e continueranno a esserlo.

La mancanza spesso si traduce in due distinti bisogni: il bisogno di ricambio generazionale e il bisogno di contaminazioni intergenerazionali. Se il primo può essere definito come l’espressione ultima della vita di un’organizzazione (quando ci si trova a fare i conti con il rischio di estinzione); il secondo è strategico, è ciò che permette a un’organizzazione di svilupparsi, di rispondere con maggior attenzione e tempestività ai mutamenti che il contesto sociale vive ed esprime.

Nella nostra esperienza di consulenza, abbiamo acquisito una certezza: il bisogno di contaminazioni intergenerazionali altro non è che un’intuizione che si trasforma in un valore; contaminazione di saperi (vecchi e nuovi), di competenze e di esperienze. Le poche startup che sopravvivono ai primi 3 anni di vita, nelle maggior parte dei casi raccontano di una forte connotazione intergenerazionale, vissuta come punto di forza, che diventa capacità di stare in piedi e di crescere perché fondata sul dialogo fra generazioni diverse e quindi su competenze ed esperienze eterogenee e molteplici.

Dunque se nelle organizzazioni mancano i giovani quali strategie attivare?

Perché ci siano i giovani è necessario fare loro spazio; spesso non si tratta di un’azione spontanea, sovente è contrastata da resistenze interne, che nascono dalla paura di perdere qualcosa introducendo persone nuove.

Perciò un primo passo è quello di conoscere i giovani di oggi, di apprendere le competenze e le risorse di cui sono portatori (e non solo delle passioni tristi). Conoscerli per fare loro spazio, per creare vuoti (densi di significato) da riempire insieme (con un intraprendere innovativo).

Un secondo passo è quello di fare loro “fisicamente” spazio: nell’organigramma e negli uffici. Spesso i giovani ci sono ma non in modo stabile e strategico, motivato e valorizzato ma semplicemente come una casualità. Fare loro spazio significa far sì che non siano una casualità ma un desiderio, una strategia organizzativa esplicita e perseguita con determinazione. Solo così scatterà la contaminazione intergenerazionale e i giovani avranno uno spazio riconosciuto, di crescita personale ma anche di cooperazione nello sviluppo dell’organizzazione.

D’altro canto l’innovazione (tecnologica ma non solo) che vediamo farsi strada nelle organizzazioni ha il volto di giovani, a cui l’esperienza dei più “vecchi” ha fatto spazio.

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