Immaginare processi di innovazione nell’ambito della produzione tecnologica e delle comunicazioni (ITC) ci risulta facile e ci proietta in un mondo futuribile e migliore. Se, invece, proviamo ad associare il concetto di innovazione a realtà di produzione più ordinarie (per esempio agricole, servizi di welfare e di cooperazione…) senza necessariamente ricorrere all’innovazione tecnologica, il termine perde la sua carica immaginifica e simbolica, la retorica diviene un rischio elevato tanto quanto il replicare all’infinito pratiche ambiguamente ritenute buone e che hanno il pregio di riprodurre, in un tempo apparentemente sconfinato, ciò che si è progettato senza alcuna contestualizzazione (temporale e territoriale).

I processi realmente innovativi scardinano le certezze, senza per questo diventare un salto nel vuoto. Che cosa intendo?  Che non c’è innovazione senza ricerca e senza formazione; che non c’è innovazione senza consapevolezza di ciò che si è stati, di ciò che si è, di ciò che si desidera diventare.

Se da una parte l’innovazione è uno strappo rispetto all’ordinarietà e alla consuetudine (e la capacità di cogliere il caso fortuito, di essere predisposti alla serendipity), dall’altra è porre le basi a cambiamenti strutturali, a un modo differente di essere e fare impresa, che comporta delle trasformazioni che non possono essere solo  di prodotto e di processo ma anche, e soprattutto, culturali.

Ogni volta che sento il termine innovazione (e che lo utilizzo), provo un certo disagio e quasi immediatamente penso all’esperienza interessante ma fragilissima delle start up in Italia. Le idee innovative si moltiplicano, prendono forma ma molto spesso (pur essendo belle, interessanti e nuove) non decollano, non si strutturano e, come sono nate, nell’arco di due anni muoiono. Il meccanismo mi pare quello di un’imprenditorialità liquida, che nel suo essere tale non trova il tempo e gli strumenti per elaborare strategie di lunga durata, per proiettarsi in un futuro non solo desiderato ma anche auspicabile perché strategico e di significato. In un’ottica contraria a tutto ciò, l’organizzazione che investe in innovazione, che sa innovarsi, è quella resiliente alla liquidità, che respira a due polmoni: la ricerca e la formazione, concepite simbioticamente. La ricerca (da intendersi come sperimentazione e analisi) si affianca alla formazione (individuazione e condivisione di un metodo per progettare e per programmare); è solo da questo affiancarsi creativo che l’innovazione può essere tale, facendo in modo che un’idea buona e unica si trasformi in un progetto concreto e percorribile.

Da questo punto di vista è illuminante il binomio proposto dalla Commissione Europea (ma non solo) con il programma Horizon 2020: ricerca e innovazione, praticamente due termini ma un unico concetto, senza l’uno non può sussistere l’altro. E a questo aggiungo formazione.

Innovare non vuol dire rompere con la tradizione, con la propria storia produttiva ma riconoscere all’interno di essa quegli elementi di generatività che permettono di rispondere agli interrogativi di questo contesto (sociale, economico, culturale…), anche in modo dirompente. In botanica sono innovazione i germogli, che ci offrono l’immagine della vita nuova, che si perpetra innestata su una precedente.

Può tornare utile pensare alla produzione vitivinicola in Italia, emblematica di un processo produttivo di eccellenza nel mondo, capace di innovarsi nella tradizione, riscoprendo antichi vitigni, rispondendo a nuove richieste, come quelle che provengono dai mercati esteri (e che sono interpreti di culture enologiche differenti da quelle italiane), e a nuove attenzioni (come quelle per il biologico, per la coltivazione naturale… ). Il vino è un prodotto emblematico dell’innovazione: profondamente tradizionale racconta di processi inimmaginabili solo alcuni decenni fa, che permettono al vino italiano di essere competitivo nella qualità e di stimolo per l’intero mercato mondiale (non solo per quanto riguarda il prodotto ma anche per le stesse filiere di produzione e di distribuzione).

E tutto ciò vale non solo per chi si occupa di vino ma anche per chi si occupa di servizi, di cooperazione, di informazione… L’innovazione è una sfida e come tale non ha bisogno solo di risorse economiche ma di progettualità forti e di visioni audaci e generose.

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One response to “Germogliare. Ossia quando le organizzazioni fanno innovazione (NL 02|2014)

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