Di tanto in tanto entro in un luogo di lavoro e avverto uno stato di confusione; non importa se lo spazio sia ampio o angusto, la confusione appare come un tratto distintivo del contesto. Non sempre si tratta di una confusione creativa, l’impressione a volte è di poca cura: incuria dello spazio (vissuto come un nonluogo), incuria delle relazioni fra colleghi e con i dipendenti, incuria del bello. Questa scarsità di cura viene spesso acuita da una mancanza di attenzione per la sostenibilità ambientale (da intendersi come fragile rispetto dell’ambiente a fronte di ciò che viene prodotto e scartato): il riscaldamento è ben superiore rispetto a quanto richiesto, la raccolta differenziata inesistente, la stampante sempre attiva, solo per fare qualche esempio fra ciò che balza all’occhio.

La disaffezione per i luoghi di lavoro diventa anche disattenzione per l’ambiente; ed è su questo aspetto che desidero soffermarmi, interpellata da come spesso i luoghi di lavoro (considerati come contesti che abitiamo quotidianamente, per un lungo periodo, e che generano socialità) siano considerati spazi in cui le spinte ecologiste possono assopirsi, senza alcun rimorso.

L’anno in chiusura, il 2015, è stato ricco di riflessioni e stimoli sull’ambiente e sul cambiamento climatico a partire, per esempio, dalle prese di posizione di Barak Obama, passando dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, fino ad arrivare agli accordi della COP21; tutti siamo interpellati a reagire e a fare qualcosa.

Il luoghi di lavoro, però, al di là delle certificazioni, della responsabilità sociale, dei bilanci di sostenibilità, non vengono considerati come agenti di cambiamento. In altri anni, in altri momenti storici, invece, lo sono stati, assurgendo a fucine di mutamento sociale e culturale (si pensi, per esempio, alle fabbriche negli anni Settanta). Ora è sicuramente cambiato tanto nel mondo del lavoro; questo però non ci esime dal pensare che il cambiamento climatico e l’attenzione per l’ambiente debbano passare proprio dai nostri uffici, dalle nostre organizzazioni, dalle attività commerciali, grandi o piccole che siano.

Adriano Olivetti avvertiva decenni fa una frattura fra lavoro e ambiente e ne auspicava un’integrazione. Quello che lui osservava e nel quale operava era un contesto diverso dove lavoro e ambiente erano vissuti in modo non certamente equiparabili all’oggi; e il termine ambiente era maggiormente connotato da un’accezione sociale piuttosto che ecologica. È però vero che anche oggi esiste uno iato fra lavoro e ambiente al punto tale che alcune riflessioni sul climate change non paiono scalfire l’organizzazione del lavoro e vengono avvertite come opportune solo per alcune realtà produttive del comparto industriale.

Se nelle nostre case l’attenzione all’ambiente si sta radicando (a partire dalla raccolta differenziata fino ad arrivare, nei casi più virtuosi, al controllo e alla diminuzione della produzione dei rifiuti) le organizzazioni – se non per costrizioni legali e di certificazione – sembrano aliene a tutto ciò. Eppure molti di coloro che abitano una casa abitano anche un luogo di lavoro.

È necessario dunque ripensare alla gestione dello spazio, alla produzione di beni e servizi, agli spostamenti sui territori come qualcosa di strettamente connesso al famoso abbassamento di 2 gradi perché non è più possibile credere le nostre organizzazioni come estranee a tutto ciò. Piuttosto il pensare a una quotidianità della sostenibilità ambientale può essere l’occasione, per quelle realtà irrigidite sul piano relazionale, per rileggere alcuni processi interni e per riprendere a confrontarsi sul so-stare nei luoghi di lavoro.

Plus tard ce sara trop tard
ammonisce uno degli slogan della COP21: parole sagge anche per le nostre organizzazioni, che sarebbe bello tornassero ad avere la consapevolezza di sé come agenti di cambiamento climatico, sociale e, soprattutto, culturale.
Questo è un buon punto da cui ripartire con il nuovo anno. E allora buon 2016!

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