Innovazione è un termine molto usato e spesso abusato e io stessa sono stata – in diverse situazioni – allergica alla retorica che porta con sè; occupandomi di bandi, infatti, ho a che fare con essa quotidianamente: non sempre è chiaro che cosa intenda l’ente finanziatore utilizzando questo termine e quali siano le caratteristiche di un progetto, di un servizio o di un prodotto innovativo.

Nonostante le mie perplessità mi soffermo su questo tema – di cui abbiamo già parlato nella news letter del marzo 2014 (Germogliare. Ossia quando le organizzazioni fanno innovazione) – perché nei giorni scorsi abbiamo avuto l’opportunità di condividere alcune riflessioni all’interno della nostra équipe a partire da Frugal Innovation. Come fare di più con meno di Navi Radjou e Jaideep Prabhu (Rubettino2016). In esso ho trovato alcuni elementi che mi hanno permesso di elaborare delle convergenze, curiose ma foriere di stimoli e riflessioni, con la progettazione.
L’innovazione non è neutra, ma ha una connotazione positiva perché nasce per apportare un miglioramento nella vita delle persone. Lo stesso vale per la progettazione: a fronte dei problemi di un contesto, nasce il desiderio di realizzare qualcosa per migliorare la vita delle persone che lo abitano.

L’innovazione è un atto creativo che nasce non dal genio di una singola persona ma dalla contaminazione di pensieri e di riflessioni. E vale lo stesso per la progettazione: non è strategico progettare da soli perché i buoni progetti nascono da uno scambio di idee non solo su cosa si vorrebbe realizzare ma anche sull’analisi dei problemi.
Anche su questo aspetto trovo una similitudine con la progettazione: il cuore del metodo della progettazione partecipata (metodo GOPP) è la partecipazione delle persone che saranno beneficiari dei progetti non solo nella loro realizzazione ma anche nella fase di ideazione, a partire proprio dall’analisi dei problemi che loro stessi sperimentano e di cui sono dunque i maggiori esperti. E non a caso il metodo è nato nell’ambito della cooperazione internazionale, disciplina che per vocazione cerca di portare sviluppo ed uguaglianza (dunque inclusione) nei paesi meno sviluppati del mondo.

C’è un altro tema collegato che mi sta molto a cuore: quanto l’innovazione – che è una caratteristica che viene molto esaltata e anche molto finanziata da diversi enti sia pubblici sia privati – è in grado di creare inclusione? Non è detto che innovazione (e in particolare quella tecnologica) e inclusione sociale stiano insieme, anzi qualche volta quest’ultima causa un aumento della disuguaglianza tra chi accede a dei prodotti innovativi e chi invece si trova ai margini della società. Esempio emblematico è Konza City, centro di ricerca e sviluppo considerato la nuova Silicon Valley kenyana che si trova a pochi passi dalle baraccopoli della città di Nairobi, luoghi di esclusione sociale e di privazione anche dei diritti fondamentali.

Come può l’innovazione contribuire a colmare il disequilibrio che esiste nelle nostre città? Come colmare il gap e far sì che si riduca il divario tra chi può accedere a certi prodotti e servizi e chi invece ne rimane ai margini?

Forse l’anello mancante è proprio l’uomo: la tensione a dare un volto umano all’innovazione. Così come è strategico che una buona progettazione coinvolga i beneficiari del futuro progetto fin nella fase di analisi del problema e di progettazione perché aiutano a comprendere in modo concreto come loro vivono il problema e come loro stessi potrebbero/vorrebbero risolverlo, allo stesso modo l’innovazione se tiene in sé le persone, il loro modo di percepire i problemi e il loro modo di vivere le situazioni, può diventare anche strumento di inclusione sociale.

Dunque ecco una visione che mi riconcilia con il termine stesso: la vera innovazione non è inventare qualcosa di nuovo ma è la capacità di fornire risposte origianli a un bisogno che rimane tale ma che ha bisogno di risposte necessariamente diverse: se è vero che l’innovazione è al servizio del miglioramento e quest’ultimo deve avere il volto umano, non è possibile reiterare le stesse azioni perché cambiamo noi e cambia il contesto; così la capacità di lettura della diversità che sta nel momento storico, nel contesto sociale e politico, nelle evoluzioni tecnologiche è proprio quello che permette anche allo stesso servizio o allo stesso prodotto di essere innovativo.

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