La rete, come immagine prima ancora che come concetto, rimanda alla possibilità, da una parte, di rimanere intrappolati e quindi di rallentare i propri movimenti e ritmi al punto da paralizzarsi; oppure, dall’altra parte, la rete può essere protezione, accogliere dopo voli funambolici. Ma può anche essere condivisione, collaborazione,sviluppo: pensiamo alla rete idrica, a quella neuronale, al web…; reti che esperiamo quotidianamente, spesso senza averne la consapevolezza.

Le stesse organizzazioni alle quali apparteniamo, per le quali lavoriamo, hanno delle reti, ne fanno parte; banalmente la rete dei fornitori, quella dei collaboratori, quella dei propri utenti e clienti, una molteplicità di reti, difficilmente mappate e raramente connesse fra loro.

La retorica del fare rete è altissima: la si auspica, se ne tessono le lodi ma poi si teme di rimanerne intrappolati, intenti a considerare la singola maglia, il singolo buco più che l’estensione intera: investimenti azzardati, tempi biblici, dispersione di risorse, messa in discussione della propria identità e delle proprie competenze. Fare rete è un investimento che richiede fiducia: nella propria organizzazione e in quelle con cui si decide di mettersi in rete.

Camminando si fa il cammino, scriveva Machado, e lo stesso vale per le nostre organizzazioni: si fa rete tessendo la rete, ogni maglia è un passo in più. E il primo passo parte dal considerare che siamo fatti di reti e che nell’oggi, tanti strumenti che riteniamo necessari per lo sviluppo di un’organizzazione, passano inevitabilmente da questa consapevolezza. Il successo, per esempio, di azioni come il fundraising, il crowdfunding, il coworking…, passa dalla valorizzazione delle proprie reti, dal metterle in relazione, dal mettersi in relazione.

Un secondo passo, che si snoda in parallelo al primo, è la tutela di uno spazio/tempo nell’organizzazione per fare rete: riconoscerne l’opportunità e il valore non è sufficiente. È necessario un investimento non solo economico ma anche professionale. È difficile che in un’organizzazione non sia presente una persona, spesso con doti maturate fuori dall’organizzazione, predisposta al fare rete. È su questa persona che l’organizzazione può fare affidamento, garantendo il proprio supporto costante e tutelando lo spazio/tempo, che via via deve innervare l’organizzazione. Riconoscere, anche pubblicamente, il ruolo di chi facilita e accompagna l’organizzazione nella costruzione di una o più reti è strategico.

Un terzo passo (che temporalmente può anche precedere quelli già enumerati) parte dal presupposto che il fare rete con altre organizzazioni richiede così il fare rete al proprio interno, valorizzando per l’appunto le connessioni, i contatti già in essere, consolidandoli e sviluppandoli. Fare rete, secondo quando detto, diventa così un metodo di lavoro naturale (ma non casuale).

Mi domando, a questo punto, perché le reti di organizzazioni talvolta non funzionano, non portano ai risultati sperati (penso al moltiplicarsi di Tavoli che si estinguono prima ancora del raggiungimento di una qualche meta); mentre altre volte sono foriere di innovazione, di generatività, di sviluppo per tutte le realtà che le animano. Quel che colgo, a partire dai due differenti esiti, è che una rete di organizzazioni non può essere formata da professionisti che però fanno le veci solo di se stessi, che pur inviati dall’organizzazione non la rappresentano perché non hanno una rilevanza politica al suo interno. In questo caso ciò che avviene nella rete non ha ricadute nell’organizzazione e l’apporto complessivo che l’organizzazione, attraverso una persona, potrebbe dare alla rete viene a mancare.

Fare rete, come ci dimostrano tante belle esperienze innovative, è il modo preferenziale per stare in piedi nell’oggi, per raggiungere i propri obiettivi. Le organizzazioni che non fanno rete sono spesso delle monadi: sistemi autocentrati dove prima o poi l’ossigeno viene a mancare e l’asfissia è in agguato.

L’investimento (in primis relazionale e di comunicazione) è dunque alto ma, a fronte delle esperienze che attraverso Excursus  incrocio, sono certa che è nel fare rete, e soprattutto nel fare rete includendo le diversità, che le organizzazioni crescono e resistono alle ostilità del mercato. A questo proposito ritornano le riflessioni di Karl Polany, illuminanti per proporre organizzazioni in rete, in particolare per promuovere la cultura del fare rete fra le piccole e medie organizzazioni.

Dopo il primo, dopo il secondo, dopo il terzo passo la rete si fa e… se c’è una rete si può anche fare gol!

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