Noi siamo fra quelli che abbiamo pensato che la Circular Economy (CE) non facesse per noi, non riguardasse Excursus.

Ed è vero: è estranea e non immediatamente collegabile e applicabile alla nostra quotidianità; la produzione di Excursus è di natura immateriale mentre i principi dell’economia circolare, nei suoi differenti modelli, rimandano alla produzione materiale e alla trasformazione di tutti i processi di scarto della catena produttiva. Lo scarto si assottiglia e ciò che viene scartato è nuovamente immesso nel ciclo produttivo.

Questa riflessione, e con essa l’idea di nuove forme di produzione e di organizzazione della produzione, ha iniziato a interessarci e a interpellarci, a partire dagli stimoli che ci hanno offerto alcuni nostri clienti (che fanno degli scarti nuove forme di produzione) fino ad arrivare all’attenzione che la stessa Unione Europea (nella sua programmazione 2014 – 2020) a essa riserva.

E così, pur non essendo esperti di CE ma ascoltando e interloquendo con chi esperto lo è, riteniamo stimolanti anche per noi alcuni presupposti, che abbiamo iniziato a condividere (vd. Lavori in corso) e che desideriamo approfondire nel prossimo futuro.

Un primo stimolo viene dal concetto stesso di circolarità (in contrapposizione a quello di linearità) che porta con sé una provocazione culturale e organizzativa: il cerchio è perfezione ma è anche limite; definisce uno spazio chiuso. Fuor di metafora, lo spazio limitato è quello delle risorse, sempre più scarse, con cui la produzione materiale deve fare i conti. La CE rompe con i modelli economici che ci hanno portato a scorgere il limite, a stare sulla soglia del baratro, per aprire a economie differenti che con il limite devono necessariamente fare i conti, ponendoci di fronte al fatto che non sempre c’è un oltre, che non siamo illimitati, che oltre la potenza e la prepotenza (dell’economia ma anche delle organizzazioni) c’è che anche la deponenza che, come ci suggerisce Mauro Magatti, «non significa rinuncia alla libertà, all’azione, al desiderio di vita, ma è un semplice atto di riconoscimento: […] essa ci fa constatare che non siamo padroni del mondo, che non siamo nemmeno totalmente padroni di quello che facciamo. In altri termini, la deponenza è il riconoscimento che, oltre la nostra azione, c’è qualcos’altro che non è un limite in senso negativo, un vincolo alla nostra azione, ma è, al contrario, un limite sano che ci consente di stare al mondo: è quel qualcos’altro che rende la nostra azione sensata, umana, ragionevole» (da Prepotenza, impotenza, deponenza, Marcianum Press 2015).

A questo stimolo ne accostiamo un altro: fra i presupposti dell’EC c’è il fatto che i fornitori non sono più tali ma diventano partner. Non si tratta di uno scambio di vocaboli fra loro sinonimi ma di un cambio di prospettiva (ancora una volta culturale e organizzativa). La relazione con il fornitore, nel momento in cui questi diviene partner della mia produzione (a questo punto materiale o immateriale che sia), non è più vincolata al paradigma do ut des ma trova fondamento nel principio di responsabilità o meglio di corresponsabilità: siamo responsabili insieme di ciò che produciamo, dello scarto che generiamo, dei processi di smaltimento che attiviamo, entrambi corresponsabili di un contesto, di un territorio e di chi lo abita.

Per quanto riguarda Excursus (per quanto ci riguarda), l’interrogativo è quello di cogliere le zone di sott’utilizzo/scarto dei nostri servizi per riciclare/riutilizzarle/riempirle di nuovi significati con l’intento di leggerne le potenzialità secondo un’ottica differente da quella originaria. Percorrendo questa strada senza preclusioni e in rete con fornitori/partner.

Fra le competenze richieste a un’organizzazione per convertirsi alla CE si trova la capacità di networking, di fare rete e di consolidare le reti già attivate e alle quali si appartiene.

Dunque il fare rete è un buon punto di partenza – anche a prescindere dalla CE – e, laddove alcune riflessioni sulla CE sono troppo distanti e non risuonano in alcun modo, pensiamo che l’operare in rete, il progettare e il produrre in rete, l’essere deponenti e in relazione siano paradigmi imprescindibili e strategici rispetto alla complessità che ciascuna organizzazione deve attraversare ed elaborare.

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