Cresciamo e impariamo insieme e grazie alle organizzazioni che quotidianamente incrociamo e alle persone che le animano. È uno scambio continuo e un reciproco interrogarsi: non solo noi, che come Excursus entriamo nelle organizzazioni per consulenza e formazione e siamo sempre pronti a chiedere ragione, ma anche loro (i nostri clienti) interpellano il nostro essere Excursus, ci interpellano attraverso la loro forma, la loro essenza, il modo di abitare e di animare i contesti. E fra le tante domande che ci poniamo ascoltando, accompagnando ma anche cercando di far quadrare i conti al nostro interno, è come fa un’organizzazione a stare in piedi, a crescere a essere innovativa nell’oggi, in un contesto percepito come avverso al fare impresa.
Nello scorrere mentalmente le tante realtà, incontrate fino a oggi, ciò che fa la differenza non è la forma giuridica, l’essere profit oppure non, l’occuparsi di questioni emergenti e creative oppure l’essere espressione di un settore produttivo tradizionale, ma piuttosto è lo sguardo interiore. Le organizzazioni sono persone e dunque parlare di sguardo interiore di un’organizzazione non è un’anomalia ma piuttosto un’ovvietà.

Lo sguardo interiore è congiuntamente e inscindibilmente esercizio autoriflessivo(guardarsi dentro, ascoltare ciò che accade al proprio interno, come si cambia, come si cresce) e lettura critica del contesto, di ciò che sta fuori (il mercato ma anche la società, il territorio, le trasformazioni culturali…). Lo sguardo interiore è capacità di analisi e di risposta, creazione di relazioni empatiche e generative, valorizzazione di quanto esperito e apprendimento continuo.

Ho incontrato un’impresa che si occupa di agricoltura sostenibile, un’impresa che ricorda la Olivetti (quella Olivetti… ne esistono ancora fortunatamente), che ha fatto della sostenibilità il proprio dna. In questo caso non intendo la sostenibilità ambientale ma la capacità di stare in piedi nel tempo, di fare rete, di produrre beni e servizi innovativi, di essere di impulso al mercato locale. E contemporaneamente di far crescere i propri dipendenti, individualmente e come gruppo di lavoro. In altre parole un’impresa che ha uno sguardo interiore e ne è consapevole.
Se sguardo interiore è un concetto straniante rispetto all’analisi delle organizzazioni, forse quello di sostenibilità lo è meno. La sostenibilità si declina all’interno di tre ambiti della vita organizzativa: quello culturale, quello organizzativo/gestionale e quello economico.

La sostenibilità culturale è la capacità, a partire dalla propria identità, dalle proprie finalità e dagli obiettivi che si desiderano raggiungere, di stare in questo mondo, in questo contesto sociale, confrontandosi, leggendo la complessità e rispondendo ai suoi stimoli. È la capacità di definire piani di sviluppo realmente strategici, vincolati all’oggi ma sbilanciati sui prossimi anni. È l’essere predittivi attraverso analisi accurate e non semplicemente replicanti (pensiamo a quanti distretti industriali, per nulla predittivi ma solo replicanti, hanno rinunciato alla propria sostenibilità culturale e dunque anche a quella economica e ora non ci sono più). È, infine, formazione permanente, non solo tecnica ma soprattutto culturale, secondo un’accezione rinascimentale, potrebbe suggerirci Martha Nussbaum.
C’è poi la sostenibilità organizzativa cioè la capacità di sostenere il lavoro e i suoi carichi, di riconoscere le responsabilità (e non sfuggirvi), responsabilità distribuite e compartecipate (senza rimanerne schiacciati). È questa l’abilità di chi sa conciliare i tempi del lavoro (propri e altrui) con tutti gli altri tempi, permettendo una contaminazione fra esperienze e progettualità che nascono e si consolidano nell’organizzazione ed esperienze nate in un altrove arricchente anche per l’ambito lavorativo.
E, infine, c’è la sostenibilità economica, cioè la capacità di stare in piedi, non immobili ma in movimento. Quanto immobilismo la crisi sta generando! La sostenibilità economica non è riduzione e tagli delle spese ma continuo investimento nella produzione, nella formazione, nell’organizzazione, nel fare rete.

Se tante imprese nel nostro Paese avessero uno sguardo interiore, questo sarebbe un Paese molto diverso. Ma infondo, come sosteneva Immanuel Kant, quando non vediamo la speranza abbiamo il dovere morale di coltivarla. E insieme a essa il dovere morale di crescere organizzazioni sostenibili.

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