Agli inizi del nuovo millennio il mercato del caffè latinoamericano ha subito una forte contrazione, un vero e proprio crollo legato all’emergere del mercato asiatico. In quegli anni, durante un viaggio in Chiapas, incontrai una cooperativa di produttori fiorente, un’anomalia rispetto alla tendenza generale. Il segreto non solo dell’essere sopravvissuta alla forte scossa del mercato ma addirittura di aver aumentato il proprio fatturato e i propri soci, è consistito nella capacità di leggere, con un significativo anticipo, i mutamenti in atto nel mercato globale del caffè e, sulla base dei dati raccolti e riletti all’interno del contesto chiapaneco e della cooperativa stessa, di aver adottato nuovi standard produttivi. La produzione, attraverso un percorso non facile ma lungimirante, si è riorientata verso il biologico, interloquendo strategicamente con le grandi centrali del fair trade del nord Europa e del nord America e, attraverso di esse, anche con i consumatori. La riflessione vale per la cooperativa visitata così come per tutte quelle realtà sopravvissute in America Latina allo tsunami del caffè.

L’abilità nel cogliere e nell’interpretare gli interessi, i desiderata e i bisogni (espliciti e/o impliciti) presenti nella nostra società e di trasformarli in prodotti e in servizi sembra sempre più affievolirsi, schiacciata da un’affannosa ricerca di risorse finanziarie che sottovaluta l’analisi del contesto, attraverso la quale leggere le dinamiche nell’oggi e prevedere ciò che avverrà in un futuro prossimo. Spesso prodotti e servizi non rispondono a interrogativi reali ma supposti se non addirittura creano falsi bisogni, che obbediscono alle logiche di un mercato a volte fazioso.

In questo drammatico momento di crisi assistiamo al declino di organizzazioni e di progetti che, pur nella loro originalità e nella ricchezza di una storia significativa, non riescono più a stare in piedi e a rispondere alle richieste odierne. Si pensi al declino di alcuni distretti industriali con un alto livello di specializzazione e una produzione d’eccellenza, che però non sono stati in grado di innovarsi e ora sono stati surclassati da produzioni altrettanto qualificate sorte al di fuori dei nostri confini nazionali. Oppure a enti di promozione sociale e culturale che tanto hanno fatto per il nostro Paese, che nell’oggi però non colgono e non interpretano le trasformazioni sociali e quindi non individuano criticità e opportunità insite in esse. Molte volte tale declino è da cogliersi in analisi di contesto mai svolte, in mappature per individuare bisogni e risorse inesistenti, in indagini di mercato mai effettuate.

La raccolta e l’analisi dei dati e delle informazioni (attraverso una mappatura e/o una ricerca azione) è un momento cruciale per definire se l’investimento che l’organizzazione intende intraprendere, se il progetto che vuole avviare, possa avere un impatto positivo, se sia, fin dai suoi presupposti, una buona pratica oppure semplicemente un’azione estemporanea (con tutte le ricadute che questo può comportare su un’organizzazione).

Nelle difficoltà di questo momento, appaiono come aggravanti tutte quelle azioni intraprese senza che chi le ha messe in atto si sia guardato intorno, abbia colto dei dati che confermino le sue intuizioni, che diano corpo a delle idee progettuali, la cui originalità non è necessariamente garanzia di successo.

Oltre la retorica banale della crisi che insegna qualcosa e fa bene (ciò può avvenire solo nei contesti dove esistono gli strumenti per farvi fronte e dove il dolore provocato non è così forte da aver paralizzato e indebolito le organizzazioni e le persone che le animano), l’esperienza ci insegna che i progetti virtuosi crescono e si sviluppano solo se generati da un processo condiviso di ricerca azione, metodo attraverso il quale si pongono le basi per un’efficace analisi di contesto, mai finalizzata a se stessa ma alla progettazione di azioni, di interventi, di prodotti e di servizi.

L’analisi del contesto richiede competenze specifiche, che includono la sagacia di letture critiche e l’abilità nell’utilizzo di strumenti di analisi economica e sociale ma anche psicologica e antropologica; non è sufficiente raccogliere dei dati (quantitativi o qualitativi che siano) ma è necessario interpretarli, farli parlare, correlarli fra di loro in modo che siano efficaci e decisivi nel porre le basi a un nuovo progetto da mettere in campo. L’analisi diviene così azione, intervento.

Questo è il valore della ricerca azione nella quale da sempre crediamo e che proponiamo alle organizzazioni per le quali lavoriamo.

Tags :

2 responses to “Oltre la retorica del caffè: la ricerca azione come presupposto per le buone pratiche (NL 02|2012)

Rispondi