Mario ha 48 anni e nella sua vita ha cambiato 3 lavori. Inizia a lavorare in fabbrica a 18 anni. Nel 1995, a seguito di una ristrutturazione aziendale, viene licenziato. Pochi mesi dopo trova lavoro in un’azienda del territorio dalla quale, nel 2009, è messo in mobilità a causa della crisi. Nel condividere la sua storia con gli amici, incrocia Giovanni, meccanico di biciclette vicino alla pensione. Giovanni, ex lavoratore di una grande multinazionale nel settore dell’informatica, a dieci anni dalla pensione, dopo essere stato mobbizzato, decide di licenziarsi dall’azienda e di rilevare, con la liquidazione, una ciclofficina che stava per chiudere. In questo locale, che nel tardo pomeriggio si anima non solo di clienti ma anche di amici, si parla di politica, di ambiente, di sostenibilità, di mal di lavoro e di crisi. Ed è grazie a questi scambi che Giovanni, giunto a qualche mese dalla pensione, propone a Mario di subentrare nell’attività. Mario accetta, chiede la liquidazione e la investe nel nuovo lavoro.

Nello stesso periodo, tra i clienti di Giovanni, Mario trova Yassin, un uomo che ha lasciato la Tunisia più di 10 anni fa per mancanza di lavoro e che ora è contrattualizzato in un’azienda di servizi di ristorazione, nella quale si trova in estrema difficoltà perché costretto a servire vino, una bevanda vietata dalla sua religione. Yassin, che ha lavorato per qualche anno come meccanico di biciclette, vede nella proposta di collaborazione di Mario un’opportunità per svolgere un lavoro che gli piace, rispettoso della sua filosofia di vita; mentre Mario vede in Yassin un supporto fondamentale per avviare l’attività a pieno ritmo. In questo contesto di relazioni, Mario e Yassin incontrano due grafici, Carla e Andrea, che, dopo 15 anni di lavoro, decidono di licenziarsi perché non più disposti a condividere obiettivi, mission e modalità di lavoro della casa editrice per cui sono impiegati. Uno dei loro primi nuovi clienti è Mario che gli propone di curare la grafica della sua nuova attività, di progettare il logo, gli adesivi per le bici e i biglietti da visita.

Quelle di Mario, di Giovanni, di Yassin, di Carla e Andrea sono storie di crisi che incrociano simultaneamente la persona, l’organizzazione di lavoro, il territorio e ilsistema. Quattro diverse dimensioni intrecciate tra loro grazie a interazioni – mutevoli nel tempo – tra attori e gruppi; nei momenti di crisi le interazioni si sciolgono e lasciano spazio alla separazione. Le dimensioni citate vengono così trattate, dalle politiche, tramite programmi e strategie di azione che spesso perdono il senso complessivo e il significato e le potenzialità del loro intreccio. Dalla storia di Mario e dei suoi compagni di strada emerge che nella complessità della crisi, riletta attraverso queste dimensioni, ci sono non tanto le risposte quanto la combinazione degli elementi da scoprire, svelare e cogliere per attraversare le rotture di routine e per ristabilirne delle altre, possibilmente più responsabili, virtuose e giuste. Mario ha subito una crisi di sistema, strutturale, che ha pesato gravemente sulla sua esistenza. Intorno a sé, in un territorio in crisi, ha impiegato capacità e individuato risorse per inventare un nuovo ambiente rispondente alle sue necessità; in esso erano racchiuse delle opportunità inattese, per sé, per altre persone, per il territorio.
Le capacità messe in gioco nell’attraversare stati di incertezza (economica o esistenziale) sono legate a competenze professionali, relazionali e artigianali apprese in altri contesti e reimpiegate per costruire il nuovo contesto. Sembrano quelle che Lanzara nel 1993, richiamando il poeta John Keats, definiva negative capabilitiesovvero quelle capacità, da parte degli attori, di conservare un’esistenza, là dove ogni possibilità di esistenza sembra essere negata, e di accettare di rendersi vulnerabili agli eventi, facendo della propria vulnerabilità una leva per l’azione.

Non desidero fornire un’interpretazione della crisi come opportunità: la realtà attuale, infatti, non sembra nel complesso far avvertire, se non in chiave restrittiva e peggiorativa, i margini per un ripensamento dei modelli economici, organizzativi e sociali. È forse però a partire da una lettura critica e complessa dei fattori che determinano le crisi e delle capacità messe in gioco per attraversarle, che possiamo scovare le chiavi di un nuovo possibile status che può essere ricostruito, pensato e agito proponendo nuove relazioni tra persone, organizzazioni e territori.
(cfr. notizia Lavori in corso: Breakdown: noi dopo le crisi. Laboratorio sulle exit strategy dalla crisi)

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